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L'aria buona di Bron-Yr-Aur – Led Zeppelin III, quaranta anni dopo

Paolo Bassotti
|
08.12.2010
Quaranta anni fa, nell'estate del 1970, Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham, terminavano le registrazioni di un album fondamentale nella loro discografia, Led Zeppelin III, uscito poi il 5 Ottobre dello stesso anno.

L'album precedente, Led Zeppelin II, era stato composto e registrato in tour, tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, e nella poderosa energia delle canzoni aveva mostrato tutto lo stress dei continui viaggi e l'adrenalina degli incessanti concerti.

La scintilla originale di III scatta invece in un luogo molto più tranquillo, il cottage di Bron-Yr-Aur, casa delle vacanze della famiglia Plant, in Snowdonia, nel Galles del nord. In quel buon ritiro, Robert e Jimmy allentano la tensione e abbozzano canzoni dall'anima più leggera, alcune delle quali saranno utilizzate anche negli album Houses Of The Holy (1973) e Phisical Graffiti (1975). A influenzarli non è solo la serenità della “collina d'oro” (questo il significato di Bron-Yr-Aur in gallese), ma anche la musica di maestri della chitarra acustica, come Bert Jansch e John Fahey. Anche le prove con Bonham e Jones si svolgono in campagna, in un ex ospedale chiamato Headley Grange, nell'East Hampshire.

La presenza di alcuni brani acustici e l'insolita seconda parte dell'album, all'epoca dell'uscita fanno gridare in molti allo scandalo, al tradimento della causa del rock. In realtà, in III i Led Zeppelin conservano anche le caratteristiche – e l'ispirazione – dei primi due dischi, lasciandosi semplicemente andare di più a sperimentare e giocare con la musica. Eclettico, sempre vivace, senza mai un calo di ispirazione, III è il disco degli Zep più aperto verso l'ascoltatore. Gli offre tantissime porte di ingresso, pronte per lasciarlo sbirciare nel suo mondo, proprio come con attraverso i fori della copertina, disegnata da Zacron. Sentendolo senza pregiudizi, è quasi impossibile non amarlo.

L'accoglienza, nella tradizione di casa Led Zeppelin, è brusca e irresistibile: Immigrant Song è uno dei loro brani più feroci, con un riff staccato martellante (“il martello degli dei”, per l'appunto), l'urlo di battaglia di Plant, e un testo sulle invasioni vichinghe; idee che la band condensa in meno di due minuti e mezzo, e sulle quali molti altri gruppi costruiranno intere carriere. La successiva Friends, coi suoi sapori dell'est, gli archi arrangiati da Jones e il moog nel finale, fa capire però immediatamente che questo disco non è una replica di II. I vari sapori si alternano, e malgrado le brusche sterzate l'album scorre alla perfezione, con la vivace Celebration Day che cede il passo al lento e sensuale blues Since I've Been Loving You, monumento al lavoro di squadra della band. Jones, col il suo solenne organo Hammond, e Bonham, che dosa alla grande la sua potenza, consentono ai due frontmen di dare il meglio di se stessi. Plant è ispiratissimo, come in tutto il disco, nel pieno controllo della sua voce, con la quale con sicurezza sfacciata fa rivivere i giganti del blues; Page incanta senza strafare nemmeno per un secondo: il suo assolo di chitarra (che inevitabilmente viene ricordato nelle classifiche dei migliori assoli della storia del rock), ottenuto solo dopo numerose prove, non tradisce affatto lo sforzo creativo, ma brilla invece per naturalezza. Il lato A si chiude con Out On The Tiles, della quale esiste – parola di Plant – anche una versione cantata da John Paul Jones, visto che il grande Robert non si sentiva soddisfatto dei suoi primi tentativi!

Il lato B scorre via con la facilità consentita solo a una band al massimo delle sue forze. Gallows Pole è la versione zeppeliniana – riscritta senza lieto fine - della ballata del folklore inglese che descrive i tentativi di corrompere il boia da parte dei cari di un condannato a morte. È seguita dalla dolce Tangerine, scritta dal solo Page, che si cimenta con la pedal steel. Ancor più delicata, senza nemmeno la batteria di Bonham, e con il mandolino di Jones che accompagna la chitarra acustica di Plant, è That's The Way, prova di maturità di Plant come autore di testi. Bron-Y-Aur Stomp (con Bonham alle nacchere!) è un tributo festoso al cottage della famiglia Plant (l'altro omaggio, il breve strumentale Bron-Yr-Aur, comparirà in Physical Graffiti). Nel brano finale Hats Off To (Roy) Harper, le improvvisazioni blues di Plant – che riprende tra l'altro Shake 'Em On Down di Bukka White – e la slide di Page, confezionano un tributo all'amico musicista (un consiglio: non perdete la bellissima partecipazione di Page al brano The Same Old Rock di Roy Harper, inciso nel '71). Un finale perfetto per un disco dalle molte anime.

Il futuro sarebbe stato un album perfetto, senza neanche un momento di respiro, l'ambizioso capolavoro Led Zeppelin IV (1971). Ma in III, gli dei del rock lasciavano che il pubblico li potesse ammirare di volta in volta rilassati, infuriati, divertiti, sentimentali... umani, ancora per un po'.

“Immigrant Song”


“Since I've Been Loving You”


“Celebration Day”

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